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Homo sapiens viene spesso descritto come la specie più evoluta, intelligente, creativa e adattabile. Personalmente è un idea che mi ha sempre lasciato perplesso per il semplice fatto che questa idea nasce da un criterio costruito da noi stessi: consideriamo superiori proprio le qualità nelle quali eccelliamo.
Linguaggio, tecnica, arte, autocoscienza e pensiero astratto sono certamente caratteristiche straordinarie, ma perché dovrebbero avere un valore biologico maggiore dei cromatofori dei cefalopodi, della vista polarizzata degli insetti, dell’ecolocalizzazione dei pipistrelli o delle capacità metaboliche di funghi e batteri?
Sono tutte soluzioni evolutive; rispondono a problemi diversi, in ambienti diversi; non sono collocabili su un’unica scala con l’uomo al vertice.
Anche la nostra capacità di trasformare l’ambiente non è necessariamente superiore. Il micelio dei funghi, ad esempio, modifica il suolo, decompone la materia, distribuisce nutrienti e partecipa alla costruzione degli ecosistemi. Le piante hanno trasformato l’atmosfera terrestre. I batteri regolano da tempi remotissimi alcuni dei principali cicli della biosfera.
L’azione umana è più rapida, intenzionale e appariscente, ma rapidità e potenza non equivalgono a un migliore adattamento.
Se la nostra intelligenza ci permettesse di dominare il pianeta per pochi millenni, conducendoci però a distruggere le condizioni della nostra stessa esistenza, potremmo davvero considerarla un adattamento superiore? Sarebbe potente, certamente, ma forse anche instabile e fallimentare nel lungo periodo.
Homo sapiens è una specie giovanissima; la nostra espansione globale è recente e non sappiamo ancora quanto sia sostenibile. Altre forme di vita persistono da tempi immensamente più lunghi e hanno attraversato trasformazioni ambientali radicali senza compromettere sistematicamente il proprio habitat.
Questo non significa che una specie antica sia automaticamente migliore di una recente, significa però che non abbiamo alcuna ragione oggettiva per attribuirci un primato evolutivo.
Ogni specie è particolare; anche noi lo siamo, ma essere particolari non significa essere superiori.
Forse la convinzione di rappresentare il punto culminante della vita è una delle conseguenze più pericolose della nostra coscienza: ci impedisce di riconoscere la nostra fragilità, la nostra dipendenza dagli ecosistemi e la possibilità che il nostro successo attuale sia soltanto una breve parentesi.
Dovremmo imparare a considerarci meno eccezionali: una specie tra le altre, evolutasi diversamente, non meglio. Questa consapevolezza non ci sminuirebbe, potrebbe, al contrario, renderci meno arroganti e più capaci di sopravvivere.
Forse è proprio questa consapevolezza a offrirci una via d’uscita dal vicolo cieco prodotto dai nostri stessi adattamenti. Dovremmo imparare a usare l’intelligenza, l’autocoscienza e la capacità di astrazione, non per riaffermare il nostro dominio, ma in un certo senso contro la tendenza che esse alimentano: l’antropocentrismo, l’illusione del controllo e la convinzione di essere separati dal resto della vita.
Dovremmo adattarci a considerarci comuni, non insignificanti, ma non superiori; particolari come ogni altra specie, non eccezionali in senso gerarchico. Questo richiederebbe un cambiamento culturale profondo: insegnarci a pensare diversamente e a trovare in un biocentrismo più critico il nostro posto all’interno del vivente.
Anche la nostra capacità di osservarci dall’esterno, di riflettere sulla nostra esistenza e di elaborare rappresentazioni astratte dovrebbe essere considerata per ciò che è: un adattamento, o il prodotto di una serie di adattamenti, non una patente di superiorità. Altri organismi non possiedono queste facoltà nella nostra stessa forma perché la loro sopravvivenza non le ha richieste: non ne hanno avuto bisogno. Non sono esseri incompleti in attesa di diventare come noi: sono già egregiamente adeguati ai propri modi di esistere.
Molte caratteristiche umane dimostrano che un adattamento non è una soluzione definitiva. La risposta allo stress, la ricerca di alimenti energetici e perfino alcune difese genetiche contro i parassiti sono state vantaggiose in determinate condizioni, ma possono diventare dannose quando quelle condizioni cambiano. L’evoluzione non produce perfezione né prevede il futuro: costruisce compromessi provvisori, e anche l’intelligenza umana è uno di questi: potentissima nel contesto che ne ha favorito l’espansione, ma controproducente se finisse per distruggere le condizioni della propria sopravvivenza.
Il paradosso è che la nostra specializzazione sembra renderci capaci di comprendere la nostra non specialità: possiamo riconoscere che la vita non culmina in noi e che il mondo non è stato costruito per la nostra presenza. Ecco, se allora usassimo davvero questa facoltà, forse il nostro adattamento più pericoloso potrebbe trasformarsi nell’unico capace di correggere se stesso.
Anche perché l'alternativa — e qua porto alle sue estreme congetture il mio ragionamento — è che proprio grazie alla nostra intelligenza stiamo costruendo un mondo sempre più semplice per noi: regolato, automatizzato e adattato alle nostre esigenze.
Affidiamo alle macchine la memoria, l’orientamento, il calcolo, la produzione materiale e, sempre più spesso, anche la valutazione e la decisione. In questo modo trasferiamo all’esterno molte delle funzioni per le quali la nostra intelligenza si era dimostrata vantaggiosa.
Estremizzando, potremmo creare un ambiente nel quale l’intelligenza umana non sia più necessaria nella forma che ne ha permesso l’affermazione. Non perché sia scomparsa, ma perché sia diventata dipendente da strumenti che la sostituiscono e da sistemi che nessun singolo individuo comprende o sa mantenere.
L’adattamento che ci ha consentito di trasformare il mondo potrebbe così modificare il proprio ambiente fino a rendere superflue, o almeno meno esercitate, alcune delle capacità che lo avevano reso funzionale. Anche in questo caso, ciò che appare come il culmine del successo potrebbe rivelarsi una nuova forma di vulnerabilità.
Se l’intelligenza diventasse progressivamente meno necessaria, potrebbe anche indebolirsi la pressione che l’ha resa vantaggiosa, questo a favore magari di caratteri più necessari alla riproduzione come la docilità.
In un ambiente interamente organizzato da macchine, procedure e sistemi decisionali esterni, potrebbero essere premiati non l’autonomia, il dubbio e la capacità di risolvere problemi, ma l’adattabilità passiva, la prevedibilità e l’obbedienza. Non saremmo necessariamente meno intelligenti per evoluzione genetica: impareremmo piuttosto a esercitare sempre meno l’intelligenza che possediamo.
Il paradosso sarebbe allora ancora più profondo. Dopo aver costruito il proprio ambiente attraverso l’intelligenza, Homo sapiens potrebbe costruire un ambiente che seleziona culturalmente individui sempre più dipendenti, docili e incapaci di agire senza le strutture che li assistono. Non una perdita improvvisa dell’intelligenza, ma una sua progressiva rinuncia.
Ripeto: portando alle sue estreme conseguenze il ragionamento.
Per concludere, la maturità di Homo sapiens non consisterebbe allora nel dominare meglio il pianeta, ma nel rinunciare all’idea di esserne il vertice. Adattarci a essere comuni potrebbe essere la nostra più difficile, e forse più necessaria, forma di adattamento.